In divenire – capitolo dieci. C’è poco da ridere.

Non avrebbe dovuto farlo, questo fu il solo pensiero che passò per la mente di Dominic mentre il ragazzo si trasformava in una molla. Non avrebbe dovuto colpirlo di nuovo, gli scappellotti non li sopportava. Facendosi risacca, Dom accompagnò con tutto il corpo il movimento di ritorno della testa, figlio della scoppola, e si alzò di scatto, lasciando cadere all’indietro la sedia che occupava. Fu quel rumore, quello del legno contro il pavimento, a far voltare la testa a Giivs e fu quel voltare la testa che portò Giivs a finire lungo disteso di fianco alla sedia, sul pavimento, privo di coscienza e con due denti in meno.
Voltandosi, l’uomo si era messo nell’esatta posizione in cui non avrebbe dovuto essere, aveva occupato lo spazio prenotato dalla testa di Dominic. Certo, il suo mento era arrivato lì per primo, una frazione di secondo, ma la prelazione era tutta a favore dell’altro, il “chi prima arriva meglio alloggia” era destinato ad avere una valenza breve, in quel contesto, quella frazione di secondo d’anticipo, nulla più.
Ci fu un attimo, quello in cui i piedi di Giivs si staccarono da terra e in cui Dominic strinse gli occhi per l’inaspettata scarica di dolore che dalla cima della testa gli arrivò alle gambe, nel quale il ragazzo – inconsapevole di cosa avesse colpito, di cosa stesse succedendo – pensò di lasciar correre, di rimettersi seduto, di stare buono e smetterla di collezionare figure di merda, ma fu solo un attimo, una sospensione che durò tanto quanto quella di Giivs, il suo volo, un attimo, e poi si spense nel suono prodotto da un peso morto a contatto col pavimento, tintinnio di denti, eco d’osso contro osso.

Continuando a massaggiarsi la testa, Dominic fissava il corpo di Giivs steso sul pavimento. La sensazione era quella d’aver fatto una cazzata, seppur non volendo, ma la voglia era quella di mettersi a ridere. Fu la donna a spezzare l’impasse, intercettandolo nel compromesso d’un sorriso.
«Bene. Che si fa ora, Dominic?» chiese lei, dal letto, gambe accavallate.
«Non lo so. Mi sa che Giivs si incazzerà un bel po’… » rispose lui, il sorriso passato dalle labbra agli occhi, per deontologia d’una professione non sua.
«Una possibile soluzione sarebbe quella di non esser qui quando si sveglierà.» disse lei, la voce intonata in una proposta.
«Ma… veramente… » esitò il ragazzo.
«Hai una macchina, Dom? Posso chiamarti Dom, vero?»
Lui fece sì con la testa, due volte.
«Ok.» continuò lei, scavallando le gambe e descrivendo un cerchio talmente ampio e armonioso e lento con la destra da far perdere Dominic in uno svolazzare di lembi d’accappatoio. «Io vado di là e mi metto qualcosa di presentabile, poi ce ne andiamo.»
Si alzò, la donna, e andando verso il bagno cercò di scavalcare Giivs, ma con talmente poca convinzione che finì per tirargli un calcio sulle costole. «Ops.»
Dominic era immobile, fissava ancora il letto vuoto, gli occhi sporgenti, nelle rètine centimetri di pelle, il sorriso gli era tornato sulle labbra sotto forma di paresi.

Quando uscì dal bagno, la donna era avvolta in un tubino nero, sulla testa portava un cappello a tesa larga, morbida, sul naso un paio di occhiali da sole avvolgenti, Dominic ci mise mezzo secondo a scoprirsi follemente innamorato, ma lui dell’amore non sapeva nulla.
«Andiamo.» disse lei.
E andarono.

Giech aspettava. Erano anni che aspettava. Prima in prigione, ora in un vecchio magazzino in disuso. L’unica finestra, sul lato corto dello stanzone, aveva i vetri appositamente oscurati. L’ampia sala era illuminata da luci al neon, intermittenti. Ed era vuota, fatta eccezione per un tavolo da giardino, un paio di sedie pieghevoli e delle scatolette di cibo ammassate contro un muro, chissà da quando. Sul muro, degli sfregi. Sul tavolino, un cellulare e una pistola. Su una delle sedie, Giech, in attesa.
Il telefonino squillò e la Macarena si diffuse in tutto lo stanzone.
«State arrivando, Dominic? Perché ci mettete tanto?»
«Ecco… veramente, zio, c’è una cosa che dovrei dirti.»

«Ok, Dom. Non mi incazzerò, sei mio nipote, però adesso giri quella fottuta macchina e me la porti qui. Subito!»
«Zio, non capisci. Noi ce ne stiamo andando. Lei adesso sta con me.»
«Sei un coglione, Dominic.»
«Probabilmente hai ragione, zio, ma dovresti vederla… »
«È proprio quello che vorrei, testa di cazzo! Portamela qui. Portamela qui!»

Dominic interruppe la chiamata e lanciò il telefonino sui sedili posteriori della macchina.
«Lo zio ti saluta.» disse alla donna, seduta di fianco a lui e indaffarata a rigirarsi qualcosa tra le dita, tanto che sembrò non sentirlo.
«Secondo me» disse lei dopo un po’, guardando quello che teneva in mano, «sono un incisivo e un premolare, te che ne pensi?»
Dicendo così, la donna allungò la mano sotto il viso di Dominic, che osservò per un attimo i due denti e poi alzò lo sguardo su di lei, le sopracciglia asimmetriche dallo sconcerto. La sensazione era sempre quella d’aver fatto una cazzata, ma stavolta la voglia di ridere stava a zero.

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In divenire – capitolo nove. L’arte dello scappellotto.

«Chi è?» chiese lei dal letto, svogliata come sempre. «Il servizio in camera?»
La risposta non arrivò subito. La donna sentì prima un bisbigliare venire dall’altra parte della porta. Due voci maschili, impossibile capire cosa dicessero. Una delle due a un certo punto si fece perentoria, seppur restando sussurro. Un cambiamento nel tono più che nel volume. Seguì un rumore secco, esplosivo, uno schiocco. Poi le risposero.
«Ehm… sì, signorina, servizio in camera. È proprio il servizio in camera.»
Lei sorrise del sorriso di chi sa di non aver ordinato nulla, poi si alzò e a piedi scalzi attraversò la stanza fino alla porta, stringendo meglio l’accappatoio e sistemandosi i capelli. A certi appuntamenti era meglio arrivarci in ordine, per quanto possibile, lo sapeva.

I due uomini, usciti dall’ascensore, avevano percorso il lungo corridoio moquettato fino alla stanza della donna. Uno dei due con passo sicuro, l’altro guardandosi attorno continuamente, le pupille vittime d’un moto perpetuo.
«Bussa.» aveva detto quello più serio, quando s’erano fermati, e aveva indicato la porta con un gesto della testa, puntandola col mento. L’altro aveva bussato, non prima però d’aver buttato l’ennesima occhiata dietro le proprie spalle. E anche dietro a quelle dell’uomo che era con lui.
«Chi è?» aveva chiesto lei da dentro, svogliata. «Il servizio in camera?»
Il ragazzo, quello dei due che aveva bussato, s’era voltato verso l’altro, quello dal fare professionale, con negli occhi un punto interrogativo, e in quel momento stava aspettando indicazioni sul da farsi.
«Certo che siamo il servizio in camera.» gli rispose l’uomo in un bisbiglio.
«Ma… non sarà un po’ banale?» chiese il ragazzo, anche lui a bassa voce, più per imitazione che per raziocinio.
«È un classico. I classici non sono mai banali, è la vecchia scuola.»
«Ma se fossimo… che so… tipo dei vicini in cerca di zucchero?»
«In un albergo?!» chiese l’uomo, quello classico, vecchia scuola, spostandosi verso un tono di voce più seccato. «Rispondile, Dom, poche storie. Servizio in camera, è un evergreen.»
«Ma… »
Lo scappellotto arrivò fulmineo, un colpo secco al centro della nuca di Dominic. Fece un bello schiocco, il movimento era stato molto plastico, perfettamente rodato, da professionista.
Il ragazzo si voltò verso la porta della camera, chiusa. «Ehm… sì, signorina, servizio in camera. È proprio il servizio in camera.»
Da dentro, rumore di piedi nudi sul pavimento.

Quando aprì la porta, la donna si trovò davanti un ragazzo, non aveva nulla del dipendente dell’albergo, nemmeno un vassoio vuoto sotto il braccio.
I due si guardarono e lui, intuendo forse i pensieri di lei, sembrò per un attimo stringersi nelle spalle e alzare leggermente le sopracciglia, uno sguardo quasi dispiaciuto, più per la scenetta che per la situazione in sé.
«Entrate pure.» disse la donna, voltandosi e tornando verso il letto. «Tu devi essere Dominic.» aggiunse mentre camminava, di spalle, abbozzando perspicacia.
«Giusto.» rispose il ragazzo. «E lui è… »
«Oh, lui lo conosco. Purtroppo.» lo interruppe la donna, sedendosi sul bordo del materasso e accavallando le gambe. «Ciao Giivs.»
Giivs, stirando le labbra nell’approssimazione di un sorriso, ricambiò il saluto.
«Me l’aveva detto, la zia Deisi, che per quanto potesse suonare assurdo, aveva sempre più la sensazione di potersi fidare solo di Dag.»

Fu in quella stanza, da quel momento in poi, che Giivs mise al corrente la donna su come stavano le cose. Lui, che non era mai stato uomo di molte parole, si lasciò andare allo spiegone tipico dei cattivi da film, convinto – probabilmente a ragione – di essere lui quello più cattivo, in tutta la faccenda. Raccontò alla donna di come aveva deciso di tradire tutti, Deisi e lei in primis, senza nascondere che lo faceva solo per soldi, certo non per ideologia. Il vecchio Giech, negli anni in prigione, era riuscito a mettere da parte un bel gruzzoletto e su quel mucchio di soldi c’era scritto un nome, quello di lei. Aveva tirato su una bisca, quella cariatide di gangster, e partita dopo partita aveva spennato tutti gli altri inquilini del carcere federale, una montagna di bigliettoni che lo aspettava appena fuori dai cancelli, si trattava solo di andare a riscuotere. Non ce n’era stata una, di quelle partite, che il vecchio La Solfa non avesse truccato, ma le compressine di Litio che gli altri giocatori mandavano giù per colazione tendevano a renderli leggermente confusi e nessuno aveva mai detto nulla, solo chiesto a chi intestare l’ipoteca sulla lavanderia di turno, o il ristorante, o la macelleria. Giech si era arricchito e poi l’aveva contattato, gli aveva detto quel che gli serviva, gli aveva fatto la sua offerta. Solo che lui, Giivs, non sapeva dove Deisi avesse fatto nascondere lei, la donna, la ragazza non più ragazza, e allora era dovuto entrare in scena uno con la faccia pulita e il cognome sbagliato, uno mai visto, un burattino. Dom La Solfa. Dicendo così, Giivs tirò al giovane un secondo, del tutto immeritato scappellotto.

In divenire – capitolo otto. Grammatica criminale.

Non era tanto il poter prendere e andare dove gli pareva, la cosa che gli era mancata di più in prigione. Quello di cui più aveva sentito la mancanza, e lo capiva solo in quel momento, era la possibilità di scegliere di non andare da nessuna parte, di restare fermo. Appoggiato di schiena alla macchina, erano almeno dieci minuti che Giech fissava il penitenziario federale dall’esterno della rete, una rete che proprio davanti a lui presentava un buco a sua immagine e somiglianza, una silhouette degna della Warner Bros. Viste al contrario, le impronte che aveva lasciato sul prato fresco d’irrigazione gli strapparono un sorriso, ogni paio di orme era accompagnato da un punto, quasi a sottolineare l’aspetto definitivo della cosa, l’andata a capo, l’interpunzione del bastone che si portava appresso. Seguì con lo sguardo tutta la scia, che andava a zig-zag fino a quei muri grigio prigione, poi guardò l’orologio, Giech, e capì d’essersi fatto vecchio ormai.
Buttata a terra la sigaretta finita già da un po’, si voltò e attraverso il finestrino fece segno al nipote di spostarsi.
«Guido io.» gli disse. «Spostati.»
Dominic non se lo fece ripetere due volte, aveva capito che quello era il momento del vecchio, una delle sue tante scene madri, e scivolò al posto del passeggero senza trovare il coraggio di chiedere allo zio da quanto tempo non guidasse.
Salito in macchina, Giech regolò più volte sedile e specchietti retrovisori, lanciò un’ultima occhiata a quella che per molti, troppi anni era stata casa sua e partì facendo stridere le gomme sull’asfalto, rumore che si mischiò alla sirena d’allarme che da un paio di minuti rieccheggiava ovunque.
Poche decine di metri e il vecchio dovette inchiodare. Erano in mezzo al nulla, ma il semaforo segnava rosso.

Seduta al tavolino, la ragazza non più ragazza si annoiava dietro al proprio cocktail, un mattiniero Bloody Mary. Il bar dell’albergo era completamente vuoto, avrebbe iniziato ad animarsi solo verso ora di pranzo, ma lei non ci sarebbe già più stata, non avrebbe visto nessuno, sarebbe rientrata nella propria stanza per farsi portare su qualcosa dal servizio in camera. Esattamente come le aveva detto Deisi e come lei aveva fatto il giorno prima e quello prima ancora, quando era arrivata.
Il messaggio che le avevano consegnato in reception quella mattina avrebbe dovuto agitarla, lo sapeva, se non altro per il tono che era possibile intuire tra le righe e per quel nome che si ripeteva diverse volte, legato a una ricerca e a un’evasione, ma proprio non riusciva a preoccuparsi.

Sigaretta spenta a pendergli dalle labbra, Dominic si frugava di tasca in tasca, in faccia un’espressione mediamente scocciata.
«Zio, l’ho dato a te l’accendino?»
«Sì, prima.»
«Ok. Me lo ridaresti?»
«Volentieri, Dominic, ma non posso.»
«Come sarebbe che non puoi, zio?»
«Perso, ragazzo. Perso per sempre. È inutile cercarlo.»
«Non… non capisco. Ce l’avrai in tasca, no?»
Giech ruotò la testa verso il nipote, con tutta la lentezza e la solennità di cui era capace, lo guardò dritto negli occhi e poi, accompagnato dall’improvviso pulsare di una vena all’altezza della tempia destra, lasciò scivolare fuori un no secco e definitivo.
«Usa l’accendisigari.»
Di rimbalzo sullo sguardo perplesso del ragazzo, Giech vide scattare il verde. Diede gas e ripartì curvando in direzione della civiltà, il tutto senza voltarsi verso la strada. La libertà e un volante stretto tra le mani lo facevano sentire bene, lo facevano sentire pronto, di nuovo in pista. Lo facevano sentire Giech La Solfa, quello d’un tempo.

Ai notiziari in TV non davano grande risalto all’evasione di quell’uomo, avvenuta ormai più di ventiquattro ore prima, giusto un trafiletto che scorreva ciclicamente sulla banda delle news, in mezzo a mille altre. Eppure quella fuga, anche solo la prospettiva di quella fuga, pareva aver messo in grande apprensione la vecchia Deisi, tanto da farle decidere che lei doveva nascondersi. La ragazza non più ragazza, sdraiata sul letto con addosso solo l’accappatoio bianco dell’albergo, saltava da un canale all’altro usando il telecomando come se fosse una pistola, la valigia con le poche cose che aveva deciso di portarsi dietro aperta sul pavimento.

«Sei stato bravo, Dominic.» disse Giech senza guardare il nipote. «Hai fatto un bel lavoro. Lo so che probabilmente non te ne sei nemmeno accorto, ma li hai portati esattamente dove volevo, a muoversi. Li hai fatti venire allo scoperto. E lo scoperto, nel nostro campo, ha occhi e orecchie, ragazzo. Fortuna vuole che un paio di questi occhi, dieci decimi d’amicizia e affidabilità, fossero puntati nella direzione giusta e al momento giusto. Ora non mi resta che fare una chiamata e saprò dove trovarla, finalmente. Cerchiamo un telefono che non sia controllato, Dom, ne esistono ancora fuori da quella maledetta prigione?»

Nell’istante in cui la ragazza non più ragazza passò dalla replica di un vecchio gioco a premi alla nuova puntata di un qualche reality, qualcuno bussò alla porta della sua stanza.

In divenire – capitolo sette. La ragazza.

«Mmm mmm.» mugugnò Dag, la testa reclinata all’indietro e un fazzoletto ormai rosso premuto sul naso. Sì, si era di nuovo tirato la porta in faccia da solo e sì, colpa del solito problema con la percezione della profondità e delle distanze, quella roba lì, quella che gli aveva spiegato lei, la strobopepsi.
«Stereopsi.» lo corresse Deisi, fermandosi solo un istante.
La donna sembrava la pallina di un flipper, rimbalzava da una parete all’altra della stanza, il pavimento a scacchi bianchi e neri con le linee pestate senza alcun metodo, senza un criterio. Rimbalzava, pestava e parlava. Senza sosta. Parlava del giovane La Solfa e del vecchio, parlava della ragazza.
«Giech la sta cercando. Giech è uno stronzo e lo odio, lo sai, ma sai anche che è bravo in quel che fa… in quel che faceva… sì, insomma, lo era. Deve esserlo ancora, certe cose non te le scordi.»
«È come andare in bicicletta.» intervenne Dag, dietro al suo fazzoletto color cremisi.
Deisi bloccò il passo, con un piede pestava almeno quattro mattonelle, esattamente nell’incrocio, l’altro era quasi tutto su un riquadro bianco, ma la punta della scarpa sconfinava nel nero.
«L’hai presa forte la botta in faccia, vero Dag?»
«Sì.»
«Bene. Una fatica risparmiata.»
Detto questo, Deisi riprese a camminare, tornò pallina, nel flipper.
Giech stava cercando la ragazza, non riusciva a pensare ad altro. A essere onesta, l’aveva sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato, prima o poi. Quando era venuta a sapere che La Solfa si era svegliato dal coma, aveva capito che il conto alla rovescia poteva considerarsi cominciato. Ma poi, col passare degli anni e visto che non succedeva niente, era diventato un pensiero secondario, un timore che era retrocesso in quella zona del cervello che solo gli incubi popolano, qualcosa che era andato a incasellarsi tra il blu abbinato al nero e i sandali portati col calzino. Aveva cominciato a sperare, Deisi, a sperare che Giech non sapesse della ragazza, del loro accordo, e nel frattempo la ragazza era invecchiata, era diventata una donna.
Le era bastata una telefonata, quella volta, mentre quel fesso di Giech si lasciava convincere da Dag a fare una foto ricordo col Sulki, a bordo strada. Aveva preso il telefono, composto un numero e organizzato tutto. La ragazza era la figlia del Capo, ok, ma di quel padre troppo burbero era la prima nemica. E si vedeva che era una senza scrupoli, l’allora ragazza, lo leggevi nel suo sguardo vitreo, di una fissità spaventosa. Lì, nel mezzo di quelle pupille immobili, potevi vedere che non le sarebbe importato nulla della morte del padre, che anzi le avrebbe fatto piacere. E la conferma Deisi l’aveva avuta dalle parole della ragazza stessa, quando le aveva chiesto se dopo avrebbe potuto mettersi le gonne corte e il rossetto sulle labbra. Sì, tesoro, le aveva detto, dopo potrai fare tutto quello che vuoi, ma dovrai anche fare una cosa per me, prima, e le aveva spiegato cos’è che doveva fare per lei, che doveva prendere la pistola dal cassetto della scrivania del padre, il Capo, e puntarla contro il tizio basso e stronzo che sarebbe stato con lei. E avrebbe dovuto premere il grilletto, anche. Dopo però potrò mettere le gonne corte? Sì. E il rossetto e gli smalti? Sì, piccola, dopo potrai essere padrona di te stessa, e anche io.
Era andato tutto secondo i piani, nell’ufficio del Capo. Deisi lo sapeva che Giech non le avrebbe mai tolto gli occhi di dosso, lo sapeva che non avrebbe potuto fare da sola quello che andava fatto, ma la ragazza era stata brava, aveva seguito le istruzioni alla lettera. Solo che quel cazzone di La Solfa non era morto, era soltanto finito in coma, nell’ospedale del carcere federale, l’aveva letto un paio di giorni dopo su un quotidiano che poi aveva fatto una brutta fine.
Adesso Giech cercava la ragazza, che ragazza non era più. Ma il vecchio non poteva sapere del loro accordo, non avrebbe mai mandato il nipote a chiedere proprio a lei dove trovare l’altra. Ed era ancora in cella, quel maledetto vecchiaccio. Non poteva diventare un problema, non poteva.
E allora perché era così agitata?
«Capo, mi sembri agitata.» disse Dag, rimarcando l’ovvio.
«”Mi sembri agitata”.» gli fece il verso Deisi, scuotendo la testa. «Hai capito almeno una parola di quello che ho detto, Dag? Giech sta tramando qualcosa e questo, per noi, non può essere nulla di buono. Dobbiamo farla spostare, deve lasciare lo Stato, deve sparire. E questo devi farlo tu, hai capito? Lo sai, io non posso muovermi da qui, c’è gente là fuori che non aspetta altro. Mi posso fidare, Dag? Ce la fai a prendere la ragazza, salire su un aereo e andare più lontano che potete? Ce la fai?». Solo dopo un attimo Deisi si accorse di averla chiamata ragazza, lei che ormai doveva avere… quanti… cinquant’anni?, di aver pensato a lei come a una ragazza, proprio come ai vecchi tempi, quelli brutti. Maledetto La Solfa.
«Quale ragazza, Capo?»
Il rumore dello schiaffo fece voltare la testa a Jiivs, di là dalla porta chiusa, in un’altra stanza.

In divenire – capitolo sei. Di fughe, d’arrivi e di maledizioni.

In piedi a poppa della barca, aggrappato goffamente al lungo remo, Giech lasciava che fosse la corrente a decidere del viaggio, salutando con la mano in direzione del piccolo pontile dal quale si era staccato, sempre più lontano. Il pontile e le due figure che vi stavano sopra, abbracciate, ferme a fare da linea di partenza.
L’acqua scorreva nera e appiccicosa sotto la chiglia, muovendo lentamente la piccola barca. Giech, smesso di salutare, usò la mano libera per prendere il pacchetto di sigarette che aveva in tasca. Ne restavano due, solo due, la speranza era tutta in un viaggio breve. Estratta coi denti la penultima dose di nicotina, fece per prendere fuori anche l’accendino… ma non c’era. Dopo palpeggiamenti rapidi e preoccupati a tutte le tasche di giacca e pantaloni, Giech dovette arrendersi all’evidenza e nella mente gli si disegnò, limpida e terrificante, l’immagine dell’accendino dimenticato a riva, in veranda, sulla panca di legno. Voltarsi e iniziare a remare controcorrente fu un gesto immediato, come immediato fu l’arrivo delle nuvole, scure, e l’improvvisa forza con cui l’acqua iniziò a muoversi, portandolo sempre più lontano. Giech, dalla sua, aveva solo l’ostinazione, quella di un uomo con un unico pensiero, ma i flussi e il vento che si era alzato avevano già vinto una lotta nata impari. 
 
Quando vide il ponte stagliarsi all’orizzonte, Giech si era rassegnato all’irreparabile e stava seduto sul legno umido, gambe e braccia incrociate, muso lungo, tutta una serie di anatemi sussurrati a denti stretti, l’imbarcazione preda delle rapide. Registrò con uno sguardo la presenza del ponte, per l’appunto, con la gobba sbilenca e i pilastri a distanze casuali l’uno dall’altro, ma questo non bloccò il flusso degli improperi, almeno fino a quando il vento non cessò di colpo e le nuvole si diradarono, scomparendo così come erano apparse. Anche l’acqua riprese a muoversi lentamente. Il silenzio che calò aveva un che di spettrale.
Le prime note suonate dal sax avrebbero anche potuto essere un sollievo, per lo smarrito La Solfa, se solo non fossero state uno strazio. Erano graffi, si spandevano per l’aria occupandola tutta, nell’abbozzo di un motivetto che Giech riconobbe subito e che lo riportò indietro di poche ore, all’incontro con un tuxedo, un fedora e tutto quello che ci stava in mezzo. Un “tutto quello” che non tardò a materializzarsi sul parapetto del ponte, le gambe a penzoloni. L’Amministratore Delegato osservò la piccola barca avvicinarsi, lo sguardo incollato a quello di Giech, negli occhi una luce morta, il sassofono a diffondere la sua cacofonia senza bisogno d’esser suonato.
«Che tu sia maledetto, La Solfa.» disse l’AD dall’alto. «Torna da dove sei venuto e vedi di starci più a lungo che puoi. Io terrò questo, come ricordo.»
Rise, l’AD. Sguaiatamente. Rise e tirò fuori dal taschino l’accendino di Giech. Lo fece dondolare, poi lo lasciò cadere nel fiume. L’acqua lo accolse come in un abbraccio, senza produrre schizzi o rumori, l’accendino semplicemente toccò la superficie e sparì, si inabissò. Gli occhi di Giech si sgranarono.
Terrificante, l’AD sorrise. Monomaniaco, La Solfa si tuffò nel fiume, venendo inghiottito dalle sue acque dense come melassa.

 

«La Solfa, si svegli!»
Giech dormiva in poltrona, l’infermiere ripeteva il proprio richiamo scuotendolo per le spalle senza troppa delicatezza.
Aprire gli occhi e far partire un destro secco, all’altezza del mento, fu una cosa sola, per Giech, ancora prigioniero del sogno. Il jab era comunque qualcosa cui l’infermiere era preparato, sapeva per esperienza che c’erano buone possibilità che arrivasse e riuscì a schivarlo senza difficoltà.
«Una telefonata per lei, è suo nipote.»
La Solfa si alzò e, anche se conosceva già la risposta, cercò con la mano l’accendino che sapeva d’essersi messo in tasca. Non c’era più, come succedeva ogni volta, era la sua maledizione.
 
«Dimmi, Dominic.» esordì Giech al telefono, senza preamboli.
Il nipote gli raccontò dell’incontro con Deisi, della reazione della donna al nome della persona che stava cercando e di come era stato cacciato. Gli raccontò anche d’essersi fermato fuori dal locale e aver visto arrivare un tipo strano, secco e indolente, il quale, entrando, si era tirato la porta in faccia da solo. Dag, pensò Giech, senza dubbio. Quando il resoconto fu finito, il vecchio disse al giovane di farsi trovare due giorni dopo sul retro della casa di cura, in auto, col motore acceso. Specificò anche, per evitare sorprese, che un Sulki non può in alcun modo essere considerato una macchina.
Detto questo, La Solfa riagganciò senza dar modo al nipote di replicare. Doveva farsi sbattere in isolamento e doveva farlo subito. Ruotato l’anello che portava all’indice della mano destra, in modo che la pietra fosse esattamente al centro, Giech andò a cercare l’infermiere che l’aveva svegliato, gli doveva un pugno e quella gli sembrava la maniera più divertente per farsi mettere nella sola stanza dalla quale aveva la certezza di poter fuggire.

In divenire – capitolo cinque. “Una donna pericolosa, non sei preparato” – così aveva detto zio Giech.

«Il giovane La Solfa.» disse Deisi, il sorriso perso in uno sbuffo di fumo. «Non sapevo che Giech avesse un fratello. E non sapevo nemmeno che questo fratello avesse un figlio.»
La donna studiava il ragazzo con uno sguardo che lui non avrebbe retto da parte di nessuno, figurarsi se veniva da lei, una che era solita riempire le pagine di cronaca nera dei giornali nazionali, quanto meno per interposta persona.
«Dimmi, come sta il vecchio Giech?»
«Vecchio.» rispose Dominic dopo averci pensato. «E in prigione.»
Nel sorriso di Deisi, in quel momento, un occhio ben allenato avrebbe colto qualcosa di simile al divertimento, Dominic invece pensò a una paresi.
La donna, oramai abituata ad ammutolire l’interlocutore che aveva di fronte per il solo fatto – appunto – di averlo di fronte, decise di godersi comunque l’attimo, dilatandolo, continuando a veleggiare tra nubi di ricordi, sorseggiando thè, accendendosi sigarette, sognando Sulki, evocando l’incantesimo di spari improvvisi e avanzamenti di carriera che si era costruita da sé.
Erano lontani i tempi in cui l’Organizzazione la spediva in posti dimenticati da Dio, in cittadine disperse nel nulla, un po’ più a sud di alcune e un po’ più a nord di altre, magari con l’intento – nemmeno troppo velato – di farla saltare in aria dentro una Cadillac vermiglio. Ora era lei in cima all’Organizzazione, era lei che aveva fatto fuori il Capo e ne aveva preso il posto, come nella migliore delle tradizioni tribali. La divertiva che la gente avesse paura di lei, era quello di cui aveva bisogno, ciò di cui si nutriva, la paura, il rispetto, la ricchezza.
«Cosa vuoi da me, Dom? Posso chiamarti Dom, vero?»
Il ragazzo odiava quel nomignolo, da sempre, ma decise che per Deisi poteva anche fare un’eccezione. «Certo, Dom va benissimo. Sono qui perché cerco una persona… veramente è lo zio che cerca una persona.»
«Non è propriamente la mia attività, quella di trovare persone, Dom. A volte può succedere che ne faccia sparire, quello sì, ma trovarle è una cosa che lascio fare ad altri.»
«Giech dice che lo sai, dov’è questa persona.»
«Ah, Giech dice così. Bene. Molto bene. E sentiamo un po’… chi sarebbe che state cercando, voi La Solfa?»

Quello che era successo dopo, Dominic non l’aveva capito. Troppo veloce.
Lui aveva fatto un nome, quello che gli aveva detto zio Giech, e Deisi aveva smesso di sorridere, all’istante. Si era alzata, la donna, ora molto più rigida nei movimenti, lasciando cadere per terra la pochette che teneva sulle gambe. In piedi, aveva battuto le mani un paio di volte, ma quella specie di applauso non era servito per spegnere le luci, bensì per far spalancare due porte, da dietro le quali si erano precipitati dentro due tizi enormi. Uno era quello che aveva dato il proprio doppiopetto a Dominic, prima di farlo entrare nella sala da thè, spiegandogli in un grugnito che lì era obbligatorio l’abbigliamento formale, per volere del Capo, Deisi per l’appunto. I due avevano preso il ragazzo per le braccia, sollevandolo di peso e, senza fargli toccare terra, l’avevano portato fuori dalla stanza. Nell’istante in cui i piedi di Dominic avevano ritrovato il contatto col pavimento, il tizio in camicia gli aveva sfilato con uno strattone la giacca, facendolo girare come una trottola. Il ragazzo era finito col culo per terra, l’omone si era potuto rimettere il doppiopetto che sembrava stargli perfino stretto, forse per colpa della fondina ascellare nella quale teneva la pistola. A quel punto, almeno una dozzina di occhi si erano inchiodati a fissare Dominic, un Dominic ancora sul pavimento, a bocca aperta, capace solo di sbattere le palpebre e nemmeno in sincrono. Si era rialzato, il ragazzo, spostando lo sguardo per il bar – il volto noto di quel posto, la zona comune, l’anticamera della sala da thè, sala alla quale potevi aver accesso solo in determinate occasioni, quasi mai buone – si era guardato attorno, Dominic, cercando di non incrociare le pupille di nessuno, preda di un istinto di sopravvivenza sviluppatosi tutto in una volta, ma era incappato in quelle di Giivs. Seduto con un paio di altri tizi a uno dei tavoli, l’uomo lo stava fissando, negli occhi il gelo, metallico. Aveva alzato lentamente la mano destra, Giivs, indice e pollice stesi a formare una L che aveva puntato contro il giovane. Tutto s’era fermato per un attimo, poi l’uomo aveva mosso le labbra come a pronunciare “bang”, senza voce, facendo scattare l’indice verso l’alto in risposta all’immaginario rinculo. Dominic, involontariamente, era indietreggiato, facendo cadere uno sgabello e perdendo l’equilibrio. Era di nuovo a terra. Tutti avevano riso. Era uscito da quel posto di corsa, ritrovandosi in mezzo alla strada, tra la gente, una fame d’aria che non ricordava d’aver mai provato.

Deisi poggiò una mano sul bancone lucido, cercando di non dare a vedere che lo faceva per sostenersi, e guardò la porta del bar che si chiudeva dietro al ragazzo. Parlò rivolta ai battenti che andavano fermandosi.
«Chiama Dag, Giivs. Fallo venire.»

In divenire – capitolo quattro. Alla corte della regina.

«Cazzo!»
Quel tizio, british quanto basta, si era materializzato di fianco al tavolo in una frazione di secondo, dal nulla, senza far rumore, e il biscotto era andato incontro a un destino che non era il suo, anche se avrebbe potuto esserlo.
Perso in un doppiopetto di almeno due o tre taglie troppo grande, Dominic si ritrovò a spostare gli occhi dal cameriere alla tazza, dalla tazza al cameriere, il cucchiaino in mano, l’aria colpevole e la sensazione d’aver trasgredito regole delle quali ignorava l’esistenza.

Era lì, Dominic, con la mano a mezz’aria e il biscotto ben saldo tra indice e pollice, quando aveva percepito una presenza, uno sguardo, l’inaspettato odore del rimprovero, e il suo gesto s’era cristallizzato, il dolcetto era rimasto sospeso sulla tazza di Earl Gray.
Il tavolo era in una saletta privata con pareti rivestite in legno e un pavimento a scacchi bianchi e neri, un alto soffitto a volta e decorazioni in oro sparse qua e là in un tripudio art déco. Nessuna porta – nessuna – aveva fatto accenno ad aprirsi, eppure Dominic si era sentito osservato, da vicino. Aveva girato la testa da un lato, niente. Dall’altro, niente. Perplesso, si era voltato indietro, ruotando il busto quasi senza far muovere l’enorme giacca che indossava, e l’aveva visto. Un uomo stava fermo alle sue spalle, leggermente discosto, impettito, marsina scura e guanti bianchi, un tovagliolo a pendergli dal braccio piegato.
Accorgersi del cameriere e mollare la presa sul biscotto era stata una cosa sola, accompagnata da uno sgranar di occhi – per Dominic – e un alzar di sopacciglio – per il cameriere. Il biscotto, ignaro di tutto, s’era tuffato nel thè sollevando qualche schizzo, una rapida immersione e poi era tornato a galla a fare il morto.

«Cazzo!» ripetè Dominic per lo spavento.
L’altro contrasse impercettibilmente i muscoli del viso. Poi parlò, con voce asciutta.
«La signora mi manda a dirle di pazientare ancora pochi minuti e che la raggiungerà immantinente.»
«Merda, mi hai fatto prendere un colpo.» disse il ragazzo. «Va bene, la aspetto. Grazie.»
Strofinandosi il viso nel tentativo di cancellare l’espressione allarmata che si sentiva ancora addosso, Dominic buttò un occhio dentro la tazza, dove il biscotto stava cominciando ad affondare, e prese il cucchiaino per salvare il salvabile. Quando sentì il cameriere schiarirsi la gola, il ragazzo tornò a guardarlo, facendo appena in tempo a notare il suo scuotere la testa. Lo sguardo dell’uomo, distaccato e professionale, era rivolto al tavolo, al thè, e Dominic iniziò a fare la spola, non capendo. Dal cameriere alla tazza, dalla tazza al cameriere, il cucchiaino stupidamente sollevato.
«Mi rincresce doverla informare, Sir, che in questo locale vige il più ferreo divieto di intingere i biscotti nel thè.» disse il tizio in frac. Allungando una mano, prese dal tavolo la chicchera e, di forza, anche il cucchiaino. «La pregherei inoltre di attenersi a un lessico più consono all’ambiente. Torno immediatamente con una tazza pulita. Voglia scusarmi.»

Facendosi cullare dai suoni gentili che un’arpa invisibile diffondeva nella sala, Dominic ripensò a quanto gli aveva detto zio Giech sventolando l’indice destro, prima di salutarlo. Vai lì, ti presenti e le fai una domanda, una sola. Le chiedi dov’è la persona che sto cercando. Avuta la risposta, vieni via e verifichi che sia quella giusta. Non restare con lei troppo a lungo, è una donna pericolosa, non sei preparato. Hai capito, Dominic? Hai capito? E quell’indice a muoversi per aria, avanti e indietro, odioso. Sì, zio, ho capito, una donna pericolosa, una sola domanda, però intanto ci sono io in questa… cosa diavolo è? Una sala da thè? Da quando questo posto è diventato una sala da thè?
Una porta si aprì, mentre Dominic cazzeggiava dentro la propria testa, ed entrò lei, tacco 12 d’ordinanza. Era una donna di una certa età, ormai, ma forte d’un fascino alla Norma Desmond, letale. Con passo deciso ma elegante, arrivò al tavolo e si sedette di fronte al ragazzo. Accavallando le gambe, vi poggiò sopra una piccolissima pochette dalla quale prese un pacchetto di sigarette ultraslim, oggetto che unitamente all’accendino doveva riempirla tutta.
All’incirca verso il terzo tiro, quando le parole dette stavano ancora a zero, tornò il cameriere. Poggiata con poco garbo una tazza davanti a Dominic, si mise a servire la donna.
«Per lei, Miss Deisi, il solito.» disse versandole con tutta cura il thè.
Quando ebbe finito, e non prima d’aver fatto presente al ragazzo che in quella sala c’era anche il divieto di poggiare i gomiti sul tavolo, l’azzimato cameriere si avviò verso l’uscita. Era più o meno a metà strada quando rabbrividì sentendo Dominic sorbire rumorosamente la propria bevanda. Bloccò il passo e si voltò di scatto, alle spalle del ragazzo, la mano destra – rapida – a cercare qualcosa sotto il lembo della giacca.
«Bene così, Giivs, vada pure.» disse Deisi indicando la porta e fermando il cameriere proprio quando iniziava a spuntare il calcio della pistola.